“Non sparate su Hammurabi”
E’ il titolo di un
articolo uscito su l”Espresso pochi mesi fa e lo facciamo nostro volentieri
perché ci sembra non solo emblematico, ma soprattutto
azzeccato per una associazione ecologista quale la nostra che si chiama Verdi
Ambiente e Società.
Le guerre trovano –
o meglio dovrebbero trovare – il “no” deciso di tutti i poveri, i disoccupati,
i diseredati, gli emarginati del mondo, perché negano ogni diritto e dignità
all’uomo, provocano dolori e profughi, bruciano risorse ingenti che potrebbero
essere spese altrimenti. Ma oltre che umane provocano altresì calamità naturali
e ambientali.
Come non possiamo
dunque, come VAS, essere estremamente sensibili ad il pericolo di una
guerra contro l’Iraq, paese dove si conserva la memoria di quelle conquiste che
sono alla base della civiltà umana?
L’Iraq è l’antica
Mesopotania, la terra tra il Tigri e l’Eufrate, dove sorsero le città di Ur,
Uruk, Lagash, Kish e dove fiorirono le civiltà sumera, babilonese, assira con i
loro imperatori e re tra cui appunto Hammurabi, re di Babilonia, grazie al
quale fu scritto il primo codice di leggi. I resti dissepolti, o ancora sotto
terra, di queste civiltà non rappresentano semplici pietre ma sono di così tale
importanza e suggestione che, senza di loro, “città e stati risulterebbero
privi di identità”. Infatti, un popolo senza radici, senza storia, senza
memoria non può chiamarsi “popolo” ma semplicemente “gente”, come giustamente
disse qualcuno.
Ebbene, i massicci
bombardamenti promessi dagli anglo-americani per concludere l’aggressione in
poche settimane, rischiano di cancellare non solo più di seimila anni di
storia, ma le testimonianze della civiltà, patrimonio dell’umanità. Tuttavia
non solo la cultura ne sarebbe danneggiata irrimediabilmente ma anche
l’ambiente naturale se, come è purtroppo è possibile, Saddam bruciasse per
ritorsione, come fece nel 1991, i pozzi petroliferi.
Malgrado tutto ciò,
la guerra contro l’Iraq è considerata giusta e umanitaria e si adducono per essa giustificazioni quali quelle di
esportare la democrazia in un paese dove questa vi è negata, oppure che l’unico
modo per preservare la pace è preparare la guerra, citando un famoso detto
romano.
Ma non vi è alcuna
ragione logica e umanitaria in queste affermazioni. Esse sono solo
giustificazioni care a tutti gli imperialismi della storia. I Romani, appunto,
erano sempre in guerra per tenere assoggettati (loro la chiamavano pace) i
popoli conquistati, mentre Napoleone metteva a ferro e fuoco tutta l’Europa
convinto di esportare i principi di uguaglianza, libertà e fratellanza, nati
con la Rivoluzione francese. Ma in ambedue i casi non vi erano certo desideri
di pace e di democrazia, ma solo motivi strettamente di dominio e di conquista,
i cui “effetti collaterali” erano catastrofi umane e ambientali.
Adesso, come allora,
il più potente impero economico e militare per giustificare la guerra come
necessaria non si è peritato a bombardare, spesso e volentieri, i paesi
“cattivi”, senza distinguere tra obiettivi militari e civili. E così, la
distruzione di ospedali, scuole, chiese, edifici storici e artistici è
diventata inevitabile e giusta, come appunto gli effetti collaterali di una
medicina o terapia necessarie a sconfiggere un morbo.
Paolo
Abbate